Il Bianco migliore del mondo? Forse è italiano.
Note di degustazione di una verticale da leggenda del Trebbiano d’Abruzzo di Valentini
Sabato 1° Febbraio a Milano, nel contesto della serie di eventi prevista dall’iniziativa annuale Enozioni 2025 dell’Associazione Italiana Sommelier, ho avuto la fortuna di partecipare alla Master Class dal titolo “Trebbiano d’Abruzzo Valentini. Verticale Viscerale”, condotta dal giornalista e scrittore sul vino, nonché regista e cinefilo, Massimo Zanichelli.
L’occasione era davvero ghiotta per un appassionato come me e per diversi motivi, che condivido:
- Valentini è un nome iconico dell’enologia italiana. La cantina, sita a Loreto Aprutino in provincia di Pescara, dà vita a Trebbiano, Montepulciano e Cerasuolo d’Abruzzo, vini dalla forte impronta territoriale e personale, già famosi quarant’anni fa, apprezzati dalla critica internazionale dagli anni ’90, quando alcuni iniziarono a citare il Trebbiano come uno dei migliori vini bianchi del mondo;
- da appassionato ho conosciuto il Trebbiano di Valentini alla fine degli anni ’80 e gustato poi nel tempo diverse annate. Di alcune ho memoria come fosse ieri, come la ’93 (assaggiata nel 2011), il 2000, il 2007, il 2010. Analogamente a tutti i grandissimi vini anche questo ha una personalità e una fisionomia inconfondibili. Sua prerogativa è di fondere eleganza e una profondità viscerale, come giustamente ricorda il titolo della Master Class;
- La Master Class prevedeva una batteria di annate mai assaggiate, alcune delle quali, le più lontane nel tempo, avevano per me un richiamo irresistibile: 1987, 1997, 2001, 2012, 2015, 2020 (ultima in commercio).
Ulteriore plus dell’evento la conduzione di Massimo Zanichelli, un amico e un professionista appassionato, grande estimatore di questo vino, che insieme ci era capitato di degustare in alcune memorabili occasioni.
Inutile dire che l’esperienza è stata all’altezza delle aspettative e addirittura oltre. Il 1° Febbraio abbiamo avuto modo di apprezzare nel bicchiere anche il passaggio generazionale tra Edoardo, scomparso nel 2006, e il figlio Francesco Paolo. Non credo sia facile, per chi si propone di portare avanti un’eredità colma di successi, confermare di fronte al mondo che si è capaci di replicarli. Francesco ci è riuscito e, secondo molti critici, cui mi permetto di unirmi, ha addirittura migliorato il vino in eleganza.
Merito quindi ancora più apprezzabile considerato che, nell’arco temporale dei quasi 38 anni che ci separano dall’annata più lontana, è emersa ed è ora più che evidente l’influenza del riscaldamento globale. Le annate più calde e siccitose impongono di anticipare la vendemmia e richiedono un’accortezza sempre maggiore nella gestione in vigna e in cantina.
Due parole di introduzione al vino per chi non lo avesse ancora assaggiato.
Iniziamo a dire che il produttore colloca il vino tra i prodotti della sua terra. Affermazione banale, se non fosse che storicamente i Valentini per generazioni hanno anche prodotto altro e continuano a farlo dedicando la stessa attenzione a ciascuna coltivazione. Ricordiamo a questo proposito che la superficie maggiore è a tutt’oggi piantata a oliveto e l’olio è davvero un altro prodotto eccezionale dei Valentini.
Imperativo del papà Edoardo, e oggi del figlio, assecondare i ritmi naturali in vigna e in cantina. Un dettaglio su tutti: la fermentazione è sempre spontanea, senza inneschi predisposti, neppure con lieviti presenti sulla propria vigna. La vendemmia si svolge in più fasi, con raccolte eseguite a seconda della maturazione delle uve e dell’andamento dell’annata. Vi è comunque sempre una raccolta anticipata tesa a mantenere la freschezza e almeno una tardiva per consentire la massima concentrazione aromatica.
Va detto che il vino è sempre decisamente secco, di grande sostanza e struttura per un bianco, ma, fatto che può sorprendere, ha un tenore alcolico intorno al 12%, raramente in etichetta troverete 12,5%. La fermentazione avviene in legno e in legno il vino si affina per almeno 24 mesi.
Ecco ora la recensione di ogni singola annata in ordine di degustazione:
1987
Entusiasmante. Annata relativamente fredda e piovosa. Esordisce con note di fieno e nocciola tostata, poi ancora mandorla, mou, fiori gialli appassiti. Al primo sorso, per via retronasale, si avverte magicamente un deciso aroma di caffè. Palato sapido, profondo, incredibilmente vibrante. Grande persistenza. Voto 98
1997
Piacevolissimo. È la prima annata davvero calda e siccitosa. Naso con tonalità più solari con sbuffi agrumati e di ginestra, poi radici e fiori secchi appassiti riportano verso la terra. Palato fresco e salivante, che stempera la ricchezza aromatica in un sorso elegante, di grande avvolgenza e godibilità. Voto 95
2001
Magistrale. Annata calda e siccitosa. Olfatto di incredibile ampiezza, con note terrose, agrumate e tostate. Percepiamo evidente un sentore di umami da brodi e minestre locali, che in realtà caratterizza in modo più o meno marcato tutte le annate, come un marchio di fabbrica. Il sorso è dinamico, sapidissimo, profondo e viscerale. Pur così ricco mostra un equilibrio raro e l’eleganza dei grandi. Persistenza infinita. Voto 99
2012
Di splendida rusticità. Inizio anno nevoso e piovoso, da giugno marcata siccità. Al naso emergono, oltre a fieno ed umami, note di cedro, anice ed elicriso, brezze iodate e, inaspettatamente, accenni di idrocarburi. Il sorso è sapido e contrastato, un filo meno elegante, ma non meno ricco e avvolgente dei precedenti. Voto 94
2015
Leggiadro. Primavera molto piovosa e poi annata calda. Al naso fiori gialli appena appassiti, note agrumate, mandorla tostata, bouquet più solare, ritorna un afflato marino. Palato corrispondente, dinamico ed elegantissimo, ancorché con un quid in meno di profondità e persistenza delle annate migliori. Voto 95
2020
Paradigmatico. Annata media, giusta piovosità senza temperature estreme. Naso di frutti freschi, susina e pesca, con folate di timo, zafferano e spezie dolci. Palato di grande portamento, equilibrio e lunghezza gustativa, tensione minerale fresco sapida, struttura ed eleganza. Solo il tempo dirà quanto ancora potrà migliorare. Voto aperto ai miglioramenti possibili 98 +
In conclusione.
Degustazione da ricordare nel tempo, tra le più emozionanti di sempre nella mia memoria. Prima di passare ai calici Massimo Zanichelli ci ha fatto ascoltare la voce registrata poco prima dell’evento di Francesco Valentini, che introduceva ogni annata, descrivendo l’andamento climatico, l’inizio della vendemmia, le eventuali difficoltà che l’hanno caratterizzata. Con riferimento al 1987 confessava di non averla più riassaggiata negli ultimi 5 anni, mentre, solo poche settimane fa, aveva aperto e trovato in splendida forma un 1977. Forse il bianco più buono del mondo è davvero italiano …